Oltre che Jaspers anche Lombroso e Freud si sono interessati al nesso malattia mentale e creatività.
Nella seconda metà del XIX secolo, Cesare Lombroso, psichiatra italiano, nella sua opera "Genio e Follia" del 1864, attirò l'attenzione sul nesso malattia mentale-creatività. Egli mostrò, attraverso le biografie che grandi uomini, come Tasso, Newton, Rousseau, etc., avevano sofferto di attacchi di pazzia e ne trasse la conclusione che la genialità non è altro che una forma particolare di malattia mentale. A suo parere gli individui che si comportano diversamente dagli altri lo fanno perché hanno tare neurologiche essenzialmente su base ereditaria. In "Genio e Follia" la genialità viene intesa come una forma di anormalità e di diversità.
All'inizio del XIX secolo Sigmund Freud nei famosi saggi sulla Gradiva, la novella dello scrittore tedesco Jesen, sul Mosè di Michelangelo e sull'infanzia di Leonardo da Vinci fece notare l'idea di un nesso tra genio-follia. Per Freud la genialità non era segno di una tara, ma espressione di un lato della psiche umana presente in tutti. L'attività artistica, al pari della nevrosi, sta a testimoniare a suo parere l'esistenza dell'inconscio, cioè della parte irrazionale e nascosta della nostra psiche.
Al di là di queste prese di posizioni, va detto che al rapporto creatività-disturbi mentali si interessa abitualmente la psichiatria, perché a volte i malati mentali, specie quelli sofferenti di disturbi di tipo schizofrenico, mostrano attitudini e tendenze creative. Gli studi sulla creatività sviluppatasi in psicologia, pedagogia e sociologia nella seconda metà del XX secolo, hanno messo in evidenza punti di contatto tra creatività e manifestazioni patologiche. Comunque il problema del nesso creatività-malattia mentale resta ancora aperto.
(Metodologia della ricerca socio-psico-pedagogica di Bianchetti.)



